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sabato 8 giugno 2013

Intervista con l'Amichetta

Nota: la foto fa schifo perché Amichetta aveva fretta di bere...


Ore 8.28 del mattino. Sono seduta sulla panchetta del mio bagno. Ho i piedi ammollo in una bacinella blu, sto facendo un pediluvio con acqua tiepida, una goccia di sapone, qualche goccia di olio essenziale di lavanda preparato da me e un cucchiaio di bicarbonato.
Lo sto facendo perché credo che i miei piedi abbiano bisogno di un po' della mia attenzione e non solo loro. Guendalina ha bisogno della mia attenzione e di qualche vezzo.
Lo sapevo da un pezzo, ma dopo la serata di ieri, questo è il pensiero positivo che mi frulla per la testa.
Si dice, si ridice, si predica, ma questa storia del ritagliarsi degli spazi per se stessi nonostante tutto è sacrosanta.
Amichetta mi ha citofonato ieri sera alle 19.30. Mio marito, alle prese con la cottura degli spinaci mi ha detto che forse a quell'ora sarebbe stato meglio andare a prendere un aperitivo perché al ristorante probabilmente stavano ancora apparecchiando i tavoli.
Giusto, dunque aperitivo da Ivo e poi pizza.
Ivo non ha brillato particolarmente in originalità. Due prosecchi, una ciotola di patatine in busta e quattro mini tramezzini a dire la verità ben poco invitanti.
Io non ho finito il mio drink, ma ci ha pensato lei, che dopo aver spazzolato tutte le patatine ha tracannato gli avanzi del mio bicchiere perché non si può sprecare quel ben di Dio. "Garda che io questa sera non ti voglio raccogliere" l'ho minacciata io preoccupata per la baldanza con cui ha scolato il mio bicchiere e soprattutto per l'ostinazione di voler indossare i tacchi nonostante uno scarso senso dell'equilibrio.
Abbiamo consumato il nostro aperitivo facendo il gioco del “se fosse”. Fra noi è così. Quando incontriamo una conoscenza in comune, non ci limitiamo a dire:"lo sai Amiche' ho incontrato Tizio..."
No, queste banalità le lasciamo alla gente comune. Noi Amichette strane ci diciamo:"Amiche' ho un “se fosse” per te" e giù a fare domande:" se fosse una città, se fosse un film, se fosse un accessorio( il re dell'accessorio è e sarà sempre il marito di Uga però)" dalle risposte, indoviniamo il protagonista dell'incontro.
Così, una conversazione che potrebbe durare tre minuti, può arrivare anche a mezz'ora. Ma noi siamo fatte così.
Ah, noi ci chiamiamo a vicenda Amichetta. Non ricordo nemmeno più quando sia stata l'ultima volta che ho chiamato la mia Amichetta con il suo vero nome.

Sarebbe impossibile riportare stralci della nostra conversazione di ieri sera A. perché abbiamo dei trascorsi talmente assurdi e radicati nel passato remoto che solo Uga e Super avrebbero potuto seguirci. B. Perché Amichetta mi ha fatto un resoconto dettagliato (con molti più dettagli di quelli che avrei voluto sapere) delle sue vicende sentimentali e questo è un argomento top secret. C. Perché abbiamo parlato ininterrottamente per tre ore e a riportare tutta la conversazione mi verrebbe fuori un racconto che al confronto i tre post sulla storia delle navi romane, impallidirebbe.
Quindi, ho deciso di presentarvi la mia Amichetta tramite un'intervista che le ho fatto durante la cena.

Domanda: Sai che questa serata finirà sul mio blog, vero? 
Risposta: Sì

D:Nome in codice
R:Amichetta

D:Segni particolari
R:Ricci scomparsi(ndr. Amichetta ha sempre avuto degli splendidi capelli riccissimi che ad un certo punto, chissà perché, hanno perso il loro vigore)

D:Sogno nel cassetto
R:Ho i cassetti troppo pieni di cose per metterci dentro i sogni

D:Persona che vorresti veder scomparire
R:Il genere maschile

D: Persona che vorresti veder comparire qui e adesso
R: Uga

D: Da quanti anni siamo amiche, pardon Amichette?
R: 34 

D: Perché sei amica mia? 
R: Che domanda! Lo sono da sempre, non mi sono mai domandata il perché. Sei la mia Amichetta del cuore.

D: Trovi che io sia strana? 
R: Certo che sì, altrimenti non saresti mia Amichetta.

D: Pensi anche tu come me, che le persone presenti in questo ristorante stiano pensando che siamo strane?
R: Certamente, specialmente il cameriere che senza volere ha origliato una parte scabrosa del nostro discorso.

D: Credi che il brizzolato del Super sia naturale o lo ha fatto in gran segreto dal parrucchiere Mirko per darsi un'aria da uomo maturo? 
R: Beh, secondo me c'è lo zampino di un professionista come Mirko. Ha un brizzolato troppo perfetto.

D: Credi che la nostra abitudine di raccontarci gli incontri che facciamo, facendo il gioco del "se fosse" sia fuori moda, o semplicemente la gente sottovaluta la genialità di questo gioco? 
R: La gente sottovaluta la genialità di questo gioco, il se fosse non passerà mai di moda.

D: Definisciti in tre aggettivi
R: Impulsiva, forte, vulnerabile o anche "pijalo e non lo pijà" come dice mia madre.

D: Definisci me in tre aggettivi
R: Allegra, razionale, positiva (non proprio sempre...)

D: Credi che l'ugola di Uga sia stata modificata dagli alieni o è semplicemente stonata?
R: È stonata.

D: Racconta il primo episodio comico che ti viene in mente e che ci ha visto protagoniste
R: Quando abbiamo preso le gocce di Mylicon convinte che ci avrebbero fatto appiattire la pancia e invece ci si sono scatenati tremendi attacchi di colite.

D: Racconta di quella volta in cui non mi hai menato solo perché mi vuoi molto bene
R: Quando eri incinta della seconda figlia e non si poteva comunicare normalmente con te (ndr.ha ragione. Eh gli ormoni, gli ormoni...)


D: Racconta di quella volta in cui secondo te io non ti ho menato solo perché ti voglio molto bene: 
R: Ce ne sarebbero molte(ndr. Confermo) ma credo che la peggiore sia stata quando ti ho rotto un piatto del servizio buono a cui tu tenevi moltissimo.

D: Come definiresti il tuo rapporto con la tecnologia?
R: Pessimo e forzato

D: Come definiresti il tuo rapporto con la danza latino americana?
R: Liberatorio

D: Come definiresti il tuo rapporto con le arachidi?
R: Di gonfiore 

D: Che raccomandazione mi faresti vedendo come sono ridotta?
R: Stai benissimo così. Sei la mia Amichetta allegra e niente affatto paranoica (ndr.mi vuole davvero molto bene).

D: Vuoi salutare la gente del mio blog con un detto dei tuoi? 
R: Buon pro e tante care cose.











domenica 2 giugno 2013

La strana storia della navi romane - ultima parte



Il terzo tentativo: 10 settembre 1827
Fu il cavaliere Annesio Fusconi a recepire il richiamo dell'imperatore. il nobile decise di ritentare l'impresa con una nuova campana detta di Halley che poteva contenere fino a otto marangoni genovesi. La notizia si sparse velocemente nella capitale e per questo, il nuovo tentativo si svolse di fronte ad una folla trepidante.
La campana di Halley

Di nuovo il gruppo di nuotatori si diede un gran da fare e riuscirono a riportare in superficie quanto lo stesso Fusconi descrive di seguito:
 "due tondi di pavimento, uno di porfido orientale e l’altro di serpentino, pezzi di marmo di varie qualità, smalti, mosaici, frammenti di colonne metalliche, laterizi, chiodi, tubi di terracotta ed infine travi e tavole di legno".
Questo cavalier Fusconi però non ci stava tanto con la testa( del resto uno che si mette a dare retta ad un imperatore romano che gli appare in sogno...) infatti, la sua idea era quella di far riemergere la nave pezzo per pezzo,  e vendendo i pezzi recuperati, accumulare fondi per proseguire con i lavori. 
Il cavaliere non aveva fatto i conti con la scalogna. Molti dei reperti rinvenuti, furono rubati e probabilmente fanno ancora oggi bella mostra di sé all'interno di collezioni private. Solo alcuni pezzi, tra i quali un capitello di colonna in metallo, furono acquisiti dai Musei Vaticani, altri invece conobbero una sorte molto meno nobile. Quaranta tavolini in terracotta furono utilizzati come pavimentazione per il gabinetto gotico del principe Alessandro Torlonia nel suo palazzo di Piazza Venezia; parecchi frammenti di trave e in legno furono invece destinati, da Fusconi stesso, ad essere lavorati per ricavarne bastoni da passeggio, tabacchiere, ricordini vari…
Era evidente che Caligola si era affidato alla persona sbagliata per ritornare ai vecchi splendori:
" Questo è scemo! Aho, ma che stai a fa'? Me stai a vende pure le mutande! Brutto sciagurato! No, quello no...era la panca delle terme, nun ce poi fa il bastone pe 'na vecchia! Nun t'azzardà sa...quello era il bracciolo della poltrona mia...nun te ce provà nemmeno a facce un quadretto...ma tu guarda in che mani stamo..."
Ma il vero colpo d grazia ai nervi già scossi del povero Caligola lo diede il celebre storico e topografo ottocentesco Antonio Nibby, presente alle operazioni del 1827:
“Celebre è la pretesa nave, da altri detta di Tiberio, da altri di Traiano, esistente sott’acqua […] Nuove ricerche su tal proposito si fecero a’ giorni nostri, alle quali essendo stato presente, ed avendo esaminato attentamente quanto venne estratto, ed udito da coloro, che vi erano calati, ciò che avevano veduto, parmi poter ricavarsi che la pretesa nave altro non sia che la intelaratura dei fondamenti di un fabbricato; […] che il pavimento o almeno lo strato inferiore di esso era formato di grandissimi tegoloni, posti sopra una specie di graticole di ferro sopra le quali havvi il marchio CAISAR in lettere di forma assai antica;  […]  il marchio CAISAR è appunto quello di Cesare, perché è solo, isolato, non accompagnato dal prenome TI, cioè Tiberio, o dal cognome TRAIANVS; quindi io credo che la pretesa barca altro non sia che il fondamento di questa villa medesima fatto dentro il lago, onde dar luogo al fabbricato superiore; e questo essendo stato distrutto da Cesare stesso, il fondamento sott’acqua rimase, come pure sott’acqua si trovano avanzi sconvolti della fabbrica demolita. Il punto scelto per questa villa era opportuno, essendo collocata dirimpetto al tempio della dea, in riva al lago.”
"Ma mo' da 'ndo sbuca quest'altro rincoglionito?! Ahoooo ah matto!? Ma che stai a di'?! Na villa? Di Cesare?! Ma non l'hai vista la chiglia?! E l'ancora?...ahoooo fate sta zitto sto scemunito che in cinque minuti me vanifica 1800 anni de tribolazioni..."
A quel punto avvenne l'imprevedibile: evidentemente la dea Diana, stufa delle crisi isteriche di Caligola, che si aggirava per i boschi prendendo a calci tutto quello che trovava e dicendo parolacce sconce, decise di aiutarlo. Si scatenò su Nemi una di quelle perturbazioni che noi del posto conosciamo bene e così il cattivo tempo mise fine ai tentativi un po' sconclusionati del nobile strampalato.
"Aho! Ma 'ndo state a anna'?! So'quattro gocce de pioggia! Tornate qua, brutti disgraziati! Ce stavate quasi a riuscì!...niente, me sa che avevo riposto troppa fiducia in questi posteri...questi nun so bòni a fa'un c...."

Il quarto tentativo: 3 ottobre 1895
Solo pochi anni più tardi, la nobile casata degli Orsini, che in quel periodo era proprietaria del lago tanto da essere in possesso delle chiavi dell'emissario dal quale si controllava il livello delle acque, con l'ausilio del Ministero della Cultura dello Stato ( che evidentemente nel 1895 aveva a disposizione più fondi di quanto ne abbia oggi!) tentarono di nuovo l'impresa.
Un palombaro

Si calò nelle acque del lago di Nemi il primo palombaro che riuscì a riportare alla luce un anello tenuto tra le fauci di un leone, e poi quello di un lupo ed un'altra meravigliosa raffigurante una testa di Medusa. La descrizione di quest'ultima fu estremamente poetica: quando tra le braccia del palombaro, emerse in superficie grondando acqua, qualcuno disse che sembrava piangesse, disperata per essere stata strappata al suo riposo sul fondo del lago. Questi oggetti in marina si chiamano "golfare" e sono usati tuttora nei porti per ormeggiare imbarcazioni, ma anche per sollevare pesi.
La golfara raffigurante la testa di Medusa

A quel punto si cominciò a depredare letteralmente la nave di quasi tutto il suo contenuto. furono recuperati ancora rulli sferici e cilindrici, paglioli, cerniere, filastrini in bronzo, ancora tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaici con abbellimenti in pasta di vetro, lamine di rame, chiodi con la testa stellata nella parte inferiore, quelli descritti tre secoli prima dal povero  De Marchi, e frammenti di ogni genere. Ma soprattutto tubi di piombo con sopra scritto "Caligula". A quel punto non potevano esserci più dubbi. La nave adagiata sul fondo del lago di Nemi era appartenuta all'imperatore Caligola.
"Mo' ce credete che 'ste navi so le mie, brutti capoccioni?! Ve lo do io Traiano...sta roba è mia, lo volete capì?!"
La scena che si trovarono di fronte i primi palombari che raggiunsero il fondo del lago

Per fortuna, analizzando a fondo la posizione della nave, si comprese che qualunque tentativo di tirarla in secca con funi o argani, sarebbe stato disastroso, così fu fatto divieto di intraprendere l'impresa.
Caligola tirò un sospiro di sollievo:" Je l'avemo fatta a faglielo capi' ".
Per prendere le misure della nave in modo più preciso, si chiese ai palombari attaccare dei fili con attaccati dei tappi di sughero su tutte le parti esterne del relitto. Ne emerse un disegno molto preciso che diede un sacco di informazioni sulla forma della nave.
Il giorno 18 Novembre 1895 (pensa questi poveri Palombari che freddo che potevano patire in Novembre dentro al nostro lago) un altro ritrovamento eccezionale fece accendere un rinnovato interesse intorno alla vicenda. Si trovò la seconda imbarcazione della quale si era sempre sospettata l'esistenza, ma non se ne avevano prove certe. La seconda nave era integra, non aveva subito le depredazioni della prima e questo permise di estrarre una gran quantità di reperti tra i quali una testata metallica di una trave con in rilievo un braccio ed una mano così ben fatti da sembrare vivi.
La testata della trave rinvenuta in perfette condizioni
Caligola però non era ancora del tutto soddisfatto:" aho belli i mosaici, belle le travi de legno, bella la mano col braccio, bello tutto, ma mo' basta a tira' fori! Nun lo vedete che i musei de mezza Europa se stanno a prende li pezzi mejo? In quel museo della Britannia, ce stanno a fa' li soldi grossi co la roba mia...che poi si nun me prendeva la fissa delle conchiglie, pure i britannici erano miei sudditi e je lo davo io il British Museum"
Passarono però ancora molti anni prima che si riuscisse ad organizzare il recupero dei due relitti. Ciò non stupisce se si pensa che questa storia si svolge in Italia, la Salerno-Reggio ancora non siamo riusciti a finirla ai giorni nostri, figuriamoci quasi cento anni fa per recuperare dei relitti di epoca romana incagliati a 7, 14 e 19 metri di profondità!

L'ultimo tentativo 1926-1929
Siamo in epoca di fascismo e Mussolini si sa, aveva puntato molto sul mito della romanità. Vuoi che uno che si faceva salutare con il saluto romano, non si interessasse delle Navi di Caligola? Fra imperatori si dovevano dare una mano. Noblesse Oblige.
"Intanto a me sta storia de questo che se fa salutà come ce salutavano a noi altri veri imperatori, non me sconfinera pe' niente, me pare che ce sta a pija' per culo. Però speriamo che st'altro esaltato riesce a fa' qualcosa de bono, sinnò me tocca aspettà n'altri 500 anni." Caligola con una certa diffidenza, si affidava a questi nuovi posteri con flebili speranze.
Il duce fa un sopralluogo
L'impresa fu titanica. In pratica dovettero svuotare mezzo lago di Nemi e contemporaneamente costruire due hangar enormi per poter contenere i due relitti.
L'inizio dei lavori

Nacque così il museo delle navi romane di Nemi, fiore all'occhiello dei musei storici perché costruito proprio dove si erano ritrovati i reperti, una parte della via che conduceva verso il tempio di Diana, attraversava il museo e le navi si ergevano fiere in tutta la loro magnificenza.





Durante le operazioni di recupero, frotte di curiosi si affollavano a visitare i relitti appena recuperati

Il giorno dell'inaugurazione, il duce in persona presenziò all'evento. Ma quando tutti i presenti lo salutarono fieri con il saluto romano, accanto a lui lo spirito di Caligola si prendeva tutte le onoreficenze:" Te piacerebbe eh?...nun ce provà, ce l'hanno co' me...me stanno a saluta' a me! So io il vero imperatore! E piantela co' ste pajacciate, che qui secondo me, va a fini' male!"
Come aveva ragione questa volta il nostro Caligola.
L'inaugurazione del museo delle navi romane a Nemi

Scoppiò la seconda guerra mondiale, una follia generale dilagò in tutta Europa. Nel 1944, a poche decine di metri dal museo delle navi romane, si era asserragliato un distaccamento delle truppe tedesche per controllare l'avanzata degli alleati da sud.
" comandanten, abbiamo il sospetto che una truppa di tarme nemichen sia nascosta all'interno delle navi romanen."
" bruciate tutten!"
Caligola, assisteva atterrito a questa scena:
"Ah germanico! Ma 'ndo stai a annà con quell'accendino?...aho, ah tedesco! Mica starai a fa' sul serio, aho, fermate! mi' padre era dei vostri...magari semo pure mezzi parenti...ma che stai a fa'?!...e poi dice che er matto ero io...fermate ah 'mbecille! Che te possino caricatte! Fermo! nooooo!"
La notte fra il 31 Maggio e il primo Giugno 1944 un lunghissimo rogo bruciò quasi completamente le meravigliose navi di Caligola. La storia delle navi nel lago di Nemi, si concludeva così nel più assurdo e becero dei modi. Oggi, esattamente 69 anni dopo, celebriamo su questo blog il triste anniversario.
"Ah Dia', te saluto. Me ne torno a Roma, qui nun c'ho più niente da fa'..."
" Che ci vuoi fare Cali' so esseri umani, so' mortali...sono limitati, mica come noi altri...ma 'ndo vai mo' ? che vai a fa' dentro l'urbe? guarda che pure lì è tutto un gran casino, traffico, gente stressata che corre avanti e indietro. I tuoi monumenti nun se li fila più nessuno, dice che nun c'hanno i sordi pe' fa la manutenzione..."
" e te credo, se so magnati tutto, sti morammazzati...vado va', vedemo si riesco a fa venì alla luce qualche coccio de li miei, prima che me sfondano tutto co' li binari della metropolitana..."

sabato 1 giugno 2013

La strana storia delle navi di Nemi - parte seconda

La strana storia delle navi romane nel lago di Nemi
Parte Seconda
Sottotitolo : credevo che ce l'avrei fatta con due post e invece non so nemmeno se me ne basteranno tre. Ma la storia si fa avvincente e ne vale la pena.
 
Ricostruzioni delle due navi di Caligola

Insomma avevamo lasciato le sfortunate navi di Caligola, distese sul fondo del lago e la loro leggenda che nonostante i divieti della legge, continuava ad essere raccontata di padre in figlio.
A quel punto lo spirito dell'imperatore, decise di intervenire:" e qui tocca fa' qualcosa, bisogna che me invento 'na magata...ah Diana! Che stai a fa'?! Damme 'na mano...nun lo vedi che 'sti rosiconi m'hanno affondato le navi mie?! Erano così belle, 'sti gran fiji de madre ignota"
"E perché proprio io ti dovrei aiutare?"
" aho, qui c'è stai solo te. E poi ricordate che quando c'erano le mie grandiose navi nel lago, da te ce venivano un sacco de fedeli, che con la scusa di venire ad adorare te, se impicciavano de l'affari mia! Daje, damose da fa'..."
Fu così che sopra il legno e il ferro che costituivano le grandiose navi, si creò uno spesso strato di melma che protesse i materiali dal tempo.
"Ooooooh, mo' sì che so' contento! Quando fra duemila anni torneranno in superficie, io tornerò in auge come una rock star...altro che oggi con questi ingrati dei miei contemporanei...questi nun capiscono niente...che dici Dia'? Te sembra che abbiamo fatto un bel lavoretto?..."
"Non mi chiamare più per gli impicci tuoi...mi sono sporcata tutte le scarpette!"
Passarono i secoli, ogni tanto un pezzo di gran valore veniva recuperato a volte casualmente, altre volte con il preciso intento di depredare quell'immenso tesoro.
Il primo tentativo 1446
Ma il primo vero tentativo di recuperare i relitti di Nemi avvenne nel 1446 da parte del cardinale Prospero Colonna, signore di quelle terre e del lago. Insomma, questo aveva di proprietà praticamente tutti i castelli romani, e giustamente voleva pure sapere cosa si nascondeva sul fondo del suo lago. anche perché tecnicamente, se fossero stati in grado di estrarre i relitti, sarebbe stata tutta roba sua, mica pizza e fichi. L'uomo di chiesa, decise di puntare tutto su una celebrità dell'epoca. ingaggiò il celebre architetto Leon Battista Alberti che a sua volta puntò tutto sui marangoni genovesi.
Questi tizi erano noti per essere i migliori nuotatori sia superficie sia in apnea che si potessero trovare a quei tempi.
insomma, il ricco cardinale voleva gloria e denaro e si rivolse all'eccellentissimo architetto. L'illustre architetto, dopo aver effettuato sopralluoghi, studi di ingegneria idraulica e dopo aver fatto costruire un'imbarcazione utilizzando delle botti vuote come galleggianti (e capirai che sforzo che ha fatto!) a chi ha mollato il compito più faticoso? A 'sti poveri diavoli i quali fecero il loro dovere in modo impeccabile. Localizzarono i relitti, diedero moltissime informazioni e misure, poi però ci rimise bocca l'esimio scienziato e progettò una piattaforma dalla quale tentarono di tirare a riva la nave più vicina con cime e ganci.
Il risultato, un totale disastro. Tira e tira, riuscirono soltanto a strappare e a danneggiare un pezzo di scafo.
Immaginatevi l'ira di Caligola:
"Fermi! no così, e stateve fermi se nun sete bòni, lasciate perde. C'avrete pure du' polmoni come du' canotti, ma coi calcoli de idraulica non c'azzeccate! Ai tempi miei si che c'avevo l'ingegneri coi controcojoni, altro che sto professorone..."

Il secondo tentativo: 1535
Il secondo tentativo fu affidato all'architetto meccanico Francesco De Marchi al servizio di Alessandro dei Medici, Duca di Toscana. questa volta si puntò tutto sull'ingegno umano e si utilizzò uno strumento detto "campana" inventata da Guglielmo di Lorena che insieme al De Marchi s’immerse nel lago. La descrizione tecnica della campana fu tenuta segreta, ma doveva essere una specie di scafandro rudimentale nel quale ci stavano in due: l'architetto e l'inventore.
Questi due furono un po' i "Gianni e Pinotto" del '500. Ne combinarono di tutti i colori sulle rive di quel lago e il bello è che l'architetto riportò dettagliatamente tutte le loro peripezie in un testo.
Apprendiamo così che nella campana, i due uomini si riuscivano a spostare lentamente, camminando sulla coperta infangata della nave guardando attraverso una specie di oblò. 
Nonostante le difficoltà, i due Calcolarono per difetto le misure della nave più vicina alla riva. Fecero anche un tentativo di cingere la nave con cordami vari per poterla sollevare con gli argani, ma tutto fu inutile e l'unica cosa che riuscirono a riportare in superficie i nostri due eroici esploratori, furono molte emorragie dal naso.
Vale la pena di riportare le parole di Francesco De Marchi in persona, perché leggendo il suo racconto personale, sembra di vedere le scene di un film e si può assaporare l'umorismo dell'epoca che a me ha fatto morire dalle risate.
Intanto a quei tempi c'era un po' di confusione e la barca era stata attribuita a Traiano, non a Caligola. Immaginatevi il nostro imperatore come può averlo preso questo clamoroso errore storico:
"De chi sarebbe sta barca?! De quello zozzone de Traiano?! Ah infamoniii, ah balordi! Ridateme la roba mia che si ve pijo ve accricco!!"
Intanto Francesco, si vantava di essere stato il primo a vedere e toccare la leggendaria barca. Queste le sue parole:
“Non mi parerà fuori di proposito di parlare della barca de Traiano; poiché il Biondo da Forlì, nella descrittione d`ltalia e il Faueno nelle anticaglie di Roma ne hanno parlato senza vederla; ma io che l’ho veduta e tocca con mano, parlarò parte di quello che saprò. Dico che la barca di Traiano è sommersa nel lago di Nemo. Passa rnille trecento quarant’anni che detta barca è nel fondo di detto lago, alla ripa che guarda verso il levante".
De Marchi, Chiamava il suo compagno di avventura, l'inventore Guglielmo, "il maestro" e ci riportava che egli poteva rimanere sott'acqua anche un'ora se c'è n'era bisogno, fino a che, a causa del troppo freddo non era costretto a uscire fuori mezzo assiderato:
"dove che maestro Gulielmo da Lorena trovò un istromento nel qual’entrava in essa; e se faceva calare nel fondo del lago, dove stava ivi un’ora, e più e rneno. secondo l`haveva da fare, overo che il freddo lo cazzava via..."
La campana. L'istromento inventato da Guglielmo di Lorena

L'architetto fece anche una dettagliata descrizione del suo incontro con alcuni pesci locali, che attraverso il vetro dell'oblò della campana, sembravano lunghi mezzo metro, ma che in realtà sono piccoli quanto un dito mignolo e che lo hanno aggredito per mangiare le molliche del pane che lui si era portato appresso per fare merenda. I pesci, scorretti, hanno puntato dritto agli attributi del povero Francesco. Lui ha cercato di cacciarli con la mano, ma quelli non se ne sono andati quasi a voler dire:"oh, sei entrato dentro casa nostra, mo' che vuoi?...quando si è ospiti, si bussa con i piedi!":
"Dico che li pesci detti Laterini, che sono in questo lago, li quali non sono maggiori del minimo dito della mano, paiono di sotto grossi come è il brazzo […] li quali, se io non ero informato di detti pesci me haveriano posto paura per la gran moltitudine, che abbondavano alla volta mia; massime che io portai quattro onze di pane, e una de formaglio con esso meco per magnare; e perchè il pane era duro et nero se sbrizulava, dove concorse tanta moltitudine de pesci che mi cingevano intorno, dove che io era senza braghe m’andavano a piccare in quella parte che l’huomo può pensare, e io con le man li dava, ma non curavano nulla, come quelli che erano in casa sua".
Il povero architetto, racconta anche abbondantemente del problemino della pressione che da che mondo è mondo, turba le orecchie di chi si inabissa. Se non si applicano i metodi giusti si rischia un barotrauma. I nostri due impavidi, se lo sono beccati di sicuro e probabilmente dopo quella incredibile avventura, sono diventati sordi come campane.
"Ancora il maestro Gulielmo mi volle turare le orecchie con del bambaso, con del muscho, e altri odori; ed io non volsi[...] ma sentiva bene il tuono dei sassi, che battevano l’uno con tra l’altro, sotto l’acqua un mezzo brazzo e più si sentiva dei martelli battere l’un contra l’altro, dico in modo che mi offendevano le orecchie […] Hora nell’andare giù sotto l’acqua io sentiva una passione nell’orecchie tanto grande che pareva che mi fusse posto un stillo d’azzale, che mi trapassasse dall’una orecchia all’altra: grandissimo dolore io sentii; dico che fu tale che mi si rompete una vena del capo, ch’l sangue mi usciva per la bocca, e per il naso dove che quando io cominciai a battere con il martello nella barca, mi cominciò a moltiplicar il dolore, e abondare il sangue […] quando io fui […] fuori dell’instrumento, era tutto sangue il giupone bianco, ch’io haveva a dosso […] 
Certo non fu tutto rose e fiori, ma lo spettacolo che si mostrò agli occhi dei due valorosi esploratori, li ripagò di tutto.
"V’erano poi altri infiniti chiodi di metallo, li quali erano tanto lucenti e intieri che parevano che fossero fatti quella settimana, li quali chiodi erano di infinite misure […] ma è ben vero che li più piccoli havevano più largo il capo, come è una di un terzo di scudo di argento, e sotto vi erano corti raggi di rilievi a similitudine di una stella; li quali chiodi erano posti per di fuori della barca, e quelli tenevano le lastre de piombo e la vela di lana coperta d’una mistura che sapeva di buono, e ardeva facilmente, questa era tra le sponde della barca e il piombo.”

"Ma che state a fa'? oggi le comiche?! ma tu guarda sti due impediti! ma 'ndo vanno così conciati, senza manco le mutande...Ancora non è tempo, levateve dalle navi mie che ve fate pure male, lasciatele sta'...guarda che schifo tutto quel sangue dar naso...me parete du' regazzini mocciosi" Caligola scuoteva la testa e si prendeva gioco dei due valorosi ricercatori.
Dopo questo tentativo tragicomico, nessuno si interessò alle navi di Caligola per quasi trecento anni.
l'argomento non sembrava più suscitare alcun interesse da parte di storici e studiosi in genere. addirittura per anni si diffuse la credenza che queste navi non esistessero e che il povero De Marchi avesse inventato tutto. Poveretto, dopo che lui è "il maestro" quasi ci sono morti dissanguati dentro quel "trabiccolo".
i Senatori romani sembravano aver avuto finalmente la loro vendetta. le navi di Caligola giacevano silenti, forse destinate all'oblio.
lo spirito di Caligola si aggirava inquieto per i boschi nemesi. Dava il pilotto a tutti gli altri spiriti della zona, scomodò divinità ed esseri mitologici di tutti i tempi, ma nessuno sembrava avere più tempo per lui.
" Ve possino ammazzavve a tutti quanti. Infamoni che nun siete altri...eh ma ride bene chi ride per ultimo...mo' comincio ad apparire in sogno a tutti quelli che c'hanno quattro soldi in questa città, e poi vedremo si se ricorderanno de me!!"

venerdì 31 maggio 2013

La strana storia delle navi di Nemi


La strana storia delle navi romane nel lago di Nemi
Parte Prima
Sottotitolo : una storia incredibile che mi ha colpito tantissimo ma che ho impiegato una settimana a scrivere tanto è lunga. Quindi la dividerò in due parti, altrimenti non lo pubblico più 'sto post...
Caligola. Imperatore Romano

Caligola era il terzo figlio di Agrippina Maggiore. suo padre, Germanico era un generale molto amato dal popolo romano. Caligola Nacque ad Anzio il 31 Agosto dell'anno 12 d.c. Non c'entra niente, ma 1981 anni dopo, io fui investita da un auto mentre uscivo da un cimitero.
Torniamo a Caligola. In realtà il suo vero nome era un altro, ma dato che da ragazzetto accompagnava i genitori nelle spedizioni militari in Germania e indossava nei campi la calzatura dei legionari (la Caliga), i soldati cominciarono a chiamarlo un po' per affetto, un po' per burla, "Caligola". In pratica sarebbe come se ai giorni nostri lo avessero soprannominato "er ciavattella".
Riproduzione della Caliga Romana. Oh, pare non sia mai passata di moda... i turisti tedeschi che si vedono in  questi giorni in visita ai monumenti romani, ce le hanno uguali identiche!

Il 18 marzo dell'anno 37 Caligola salì al potere con l'appoggio di tutti: Senato, esercito e popolo. Fu così che alla giovane età di 25 anni, Caligola fu incoronato imperatore di Roma.
Il suo impero durò appena 1400 giorni, e il suo personaggio viene dipinto dagli scrittori dell'epoca come crudele e spietato. Questa descrizione però, contrasta con l'amore e l'approvazione incondizionati che egli ricevette dal popolo, quindi io mi domando se questi scrittori non fossero un po' di parte nel riportare le gesta del controverso sovrano.
Il motivo di tanta avversione da parte degli scrittori, infatti, è presto detto.
Quella che può essere definita la "stampa" dell'epoca, era composta da ricchi aristocratici, esattamente la stessa classe sociale alla quale appartenevano i senatori, categoria odiata e maltrattata da Caligola.
Il nostro imperatore non perdeva occasione per fare tremendi scherzi ed infliggere pesanti umiliazioni agli odiosi tromboni dei quali gli toccava di circondarsi.
Attenzione, parliamo di ricconi figli di papà, gente importante, quelli nati fortunati perché non avevano mai dovuto affrontare un solo giorno di lavoro duro in tutta la loro vita.
Beh, questo ragazzo di 25 anni che ti fa? Una volta eletto imperatore comincia ad andarci davvero pesante con gli odiosi privilegiati. 
"Senatori! che sarebbe 'sta storia? Ma chi ve li ha dati i posti migliori agli spettacoli di corse delle bighe? Basta! Non ce li avete più. Ve li tolgo. Aho, so l'imperatore io!"
Così ai tempi di Caligola, si potevano vedere aristocratici ricchi e spocchiosi, sgomitare tra la folla per potersi assicurare un posto fra i più umili.
Sarebbe un po' come se oggi allo stadio, un onorevole super divo dei nostri, seduto nella tribuna elegante dove gli spetta un posto d'onore, circondato da altri vip e guardie del corpo, venisse preso e sbattuto in curva in mezzo ad Ultras sudati e strilloni che gli suonano quelle odiose trombette nelle orecchie e lo costringono a cantare cori volgari...dai, ammettiamolo, ci proveremmo tutti un gran gusto.
Fu così che Caligola conquistò i favori della grande massa.
Ma fece anche altro: abbassò le tasse, elargì denaro ai poveri, quintuplicò le feste e le occasioni mondane, organizzò quotidianamente spettacoli dei quali a volte era lui stesso protagonista. Svuotò le casse dello stato, ma ai suoi tempi daje con festini e baldorie!
Insomma, un po' la buttò in caciara, un po' fece il populista, un po' fece il matto, Caligola di certo passò alla storia come un imperatore pazzo. secondo me, tanto matto non era o forse un po' ci era e un po' ci faceva.
Alle volte ad esempio si faceva prendere la mano e faceva ammazzare un paio di senatori solo perché quella mattina si era destato nervosetto. Ad un certo punto poi, sbroccò di brutto e gli prese la fissa di farsi proclamare Dio, così fece mettere una sua statua in tutti i luoghi di culto del regno. Mi sembra quasi di vederli, gli scultori dell'epoca intenti a produrre statue di Caligola in tutte le pose possibili e immaginabili:
"Questa è l'ultima Spartacooo?"
"Ma de che?! Mo' sto matto ha deciso di mette statue pure in Gallia...speriamo che nun ce riesce a conquista' la Britannia, sinnò ce se famo vecchi a scolpì sempre sta stessa faccia de c...."
      
A Roma, dove ti giravi, vedevi una statua sua. Bisogna ammettere che un po' la faccia da matto ce l'aveva
Per inciso, la Britannia non ci riuscì a conquistarla. Si fermò con il suo esercito su una spiaggia della Normandia dove gli prese la fissa delle conchiglie e così mise tutti i suoi prodi guerrieri a passare intere giornate con il sedere per aria e le mani nella sabbia a raccoglierle. Fino a che ad un certo punto, un generale si spazientì:" ah Cali' e mo' basta mannaggia la paletta sporca de sabbia...tornamosene a casa che qui fa pure freddo e stamo tutti a batte le brocchette!"
Dal punto di vista sentimentale poi, non ne parliamo proprio. Il "Novella 50" dell'epoca, riporta che il sovrano aveva una love story con sua sorella...ma che volete, queste erano stranezze che si perdonavano ad un imperatore simpatico che per di più, abbassava le tasse.
Negli anni del suo impero tuttavia, non mancarono le trovate esilaranti. Un giorno (ma questa pare che sia solo una leggenda) per fare un dispetto ai senatori, nominò console il suo amato cavallo "Incitatus" sostenendo che sarebbe stato di certo più utile e saggio di tanti aristocratici. Come è ovvio, i suoi avversari non le prendevano benissimo queste sue alzate d'ingegno e non le trovavano affatto spiritose. Il popolo invece, se la rideva di gusto e appoggiava il bizzarro sovrano.
Fu così che a un certo punto, questo strambo imperatore fu vittima di una congiura e il 24 gennaio del 41 a soli 29 anni, finì i suoi giorni morto ammazzato.
Ma non era tutta colpa sua. Studi recenti fanno risalire queste strane manifestazioni di Caligola e di altri imperatori, a una intossicazione da piombo, detta saturnismo. Il saturnismo di Caligola sarebbe stato causato dall'usanza antico-romana di bere il vino leggermente addolcito tenendolo in otri di piombo. Piombo a parte, se uno si sfonda di vino rosso con lo zucchero, dai e dai la testa un  po' gli parte...
Ma prima di questa ingloriosa fine, fece in tempo a lasciare molti segni del suo passaggio. Numerosi monumenti, templi, statue, ancora oggi visibili nella capitale, furono commissionate dal giovane imperatore. L'obelisco che svetta in mezzo a Piazza San Pietro per esempio, era roba sua.
L'obelisco di Caligola, svetta tra l'albero di Natale e le colonne di San Pietro...il sacro e il profano.

Le Navi
Tra le tante opere d'arte commissionate, ve ne furono due che vissero vicende alterne e bizzarre.
Si trattava di due navi da cerimonia che Caligola si era messo in testa di far costruire sul lago di Nemi, in modo che quando i devoti alla dea Diana (dea della caccia e dei boschi) passavano sulla diramazione stradale che dalla via Appia, portava al tempio di Diana sulle sponde del lago di Nemi, essi potessero ammirare la potenza e la magnificenza del loro imperatore.
Un tratto ancora visibile della via che conduceva al tempio di Diana Nemorense
Una tipica scena dell'epoca poteva essere questa: due viandanti, marito e moglie, passando accanto alle sponde del lago, carichi di doni da portare alla dea Diana, commentavano:
"Ma tu guarda sto matto che s'è inventato! Due navi che occupano mezzo lago! Tiè, guarda che sfarzo! C'ha messo pure le terme sopra...guarda Agrippi' , stanno a fa 'na festa...quante belle ragazze che ballano!"
"Ah Tiberio! Ma che te stai a guardà le cosce de le regazzette?...daje cammina, annamo a portà i doni alla Dea Diana, che se quella se offende quest'anno manco 'na gallina me riporti dalla caccia...già non c'azzecchi così..."
Tratto delle sponde del lago di Nemi dove passa l'antica via

Dopo la morte "accidentale" di Caligola, i senatori non si sentivano ancora abbastanza sazi di vendetta e decisero di condannare il defunto imperatore alla damnatio memoriae, cioè alla consuetudine nel mondo  antico, di distruggere tutto ciò che una persona malvagia (hostes) aveva compiuto in vita. Questa condanna votata dal Senato era la più temuta, e se essa colpiva un individuo ancora vivo diventava una sorte di morte  civile.
Le due navi di Nemi volute da Caligola furono perciò affondate con i loro misteriosi arredi, simboli e ricchezze.
Ma si sa che quando vieti qualcosa, la rendi inevitabilmente più interessante. Così fra la gente del popolo, ancora molto affezionata all'imperatore, si continuò a parlare di lui, delle sue gesta e delle sue navi sfarzose che dormivano sul fondo di un lago.
I nonni, raccontavano questa storia ai loro nipoti, narrando di inestimabili ricchezze che erano state affondate insieme al ricordo di quell'uomo un po' matto che era stato l'imperatore del popolo romano.
Nacque quindi questa leggenda che insieme ai ritrovamenti dei pescatori locali non fece mai dimenticare del tutto la storia delle navi di Caligola.
Ogni tanto infatti, qualcuno credendo di aver preso un grosso pesce, tirava su la lenza e si trovava attaccato all'amo un vaso di terracotta. Mi piace pensare che fosse lo spirito di Caligola stesso che si aggirava ancora per quei luoghi e con quei ritrovamenti sembrava voler dire:" nun ve dimenticate del ciavattela, che ve possino caricavve!".
To be continued...